Bambini malati in una società malata

Ho avuto l’occasione di vedere questo film-documentario per un corso sull’inclusione e ci è stata chiesta una recensione, un commento.

Dal mio punto di vista, non me ne voglia il regista, Alberto Colella, ma questo film mi ha fatto letteralmente innervosire e non lo rivedrei per niente al mondo.

Per carità, il film è fatto molto bene, è un ottimo documento su questa sindrome di cui oggi si parla tanto e di cui sempre più bambini sono affetti, però il fatto che dei bambini, come Giulia, la protagonista, sia considerata una bambina malata, mi ha fatto saltare i nervi.

Questi bambini che oggi sono considerati malati di ADHD, una volta erano semplicemente dei bambini un po’ più vivaci, e per una volta intendo anche 40/50 anni fa. Erano bambini che, magari, prendevano più botte degli altri, venivano puniti di più, rimproverati, però a lungo andare il loro atteggiamento cambiava e il loro comportamento migliorava, non si andava certo dallo psicologo.

Oggi, tra genitori troppi permissivi, insegnanti che perdono sempre di più di vista il loro ruolo e una scuola sempre più lontana dalla società e chiusa in se stessa, una scuola che ignora le esigenze dei singoli individui, questi bambini vengono considerati malati e si pensa che dei farmaci possano aiutarli a “stare buoni” in classe e poter così apprendere.

Io, forse sbagliando (e allora mi scuso per la mia infinita ignoranza), non ho visto Giulia come una bambina malata, ma piuttosto come una bambina totalmente normale in un mondo di malati, in una scuola che si ostina ad essere e rimanere quella che è senza progredire, innovarsi e cambiare.

Infatti, Giulia, quando non è costretta tra banchi di scuola, schiacciata da attività banali e noiose, è una bambina ancora più normale, certo un po’ vivace, ma la vivacità è sempre un sintomo positivo, perchè indica intelligenza, curiosità, voglia di imparare.

Il problema è che Giulia non può apprendere e imparare nel modo “tradizionale”, non si “adatta” ad un ambiente, ad una scuola che la ignora, come fanno tanti altri bambini, rassegnandosi.

Un’altra cosa che mi ha fatto riflettere è aver notato come Giulia e altri bambini come lei hanno dei genitori poco esperti, non di polso, forse semplicemente non sanno come intervenire, cosa fare.

Durante le riprese c’è una mamma che sta illustrando la situazione di suo figlio al regista e il bambino le mette un pezzo di legno in testa; ecco, a me questo è sembrato un gesto che denota mancanza di rispetto: io non ho mai permesso ai miei figli di fare gesti simili, quindi non riesco a capire come quella mamma continui a parlare e a fare finta di niente.

Molto interessante è stata la parte dell’esperto che si sofferma sulle caratteristiche cerebrali di questi bambini, ma sono assolutamente contraria all’uso di farmaci per questi bambini, mentre sono molto d’accordo sull’aiuto psicologico prima alla famiglia e agli insegnanti, anche su come gestire questi bambini dal punto di vista pratico, e poi ai bambini.

Giulia, infatti, e tanti bambini come lei sono completamente diversi in un ambiente più adatto alle loro esigenze, più rispondente a quello di cui hanno bisogno: di libertà per esprimersi e soddisfare la loro curiosità e le loro necessità, d’altronde anche quello può essere un ambiente di apprendimento e di crescita.

Non lasciamo che i nostri bambini soffochino in un ambiente chiuso, arretrato e morto come è la scuola oggi.

Indietro non si torna

Quasi tutti i giorni Facebook richiama sul proprio diario dei ricordi e questa mattina mi son ritrovata davanti ricordi di molti anni fa, da 3 a 10 anni fa.

In genere ci passo oltre, non mi piace guardarmi indietro, preferisco andare avanti, progredire, innovarmi, ma oggi non ho potuto fare a meno di fermarmi a riflettere su quei ricordi.

Erano immagini di molti anni fa che aveva ormai dimenticato, ma scorrendo verso il basso e andando ancora più indietro nel tempo ho notato i visi di conoscenti che vi comparivano, ho notato i gesti, gli atti e all’improvviso alla mia mente si son fatti avanti dei pensieri non proprio allegri: “Quel tempo ormai appartiene ad un passato che non tornerà più, niente tornerà mai più come allora!”- mi son detta tra me e me.

Lo so, non è proprio un pensiero allegro, ma realmente sono convinta che la vita non tornerà mai più ad essere quella che era prima di marzo 2020.

Troppe cose sono cambiate, troppa cattiveria ha preso possesso delle persone, troppe differenze son venute fuori tra gli uni e gli altri, troppe profonde fratture si sono create, che ritengo impossibile tornare a quel senso di fiducia verso gli altri che avevamo prima di quella fatidica data.

E’ vero, a volte la nostra vita ci pone di fronte a delle scelte, a dei profondi cambiamenti e quello che abbiamo vissuto, al di là del fatto che la pandemia sia stata vera o solo finzione per fare degli esperimenti sociali, o una guerra biologica, come dice qualcuno, di certo la sostanza non cambia: le nostre vite sono state rivoluzionate, ognuno di noi è cambiato dentro e niente tornerà come era prima.

Molti di noi si sono ritrovati soli, altri con nuove amicizie o con fratture emotive che niente potrà sanare. Amici persi o allontanati, parenti distanti con i quali si è rotto del legame che si aveva, ecc… ecc…

Come ci si può illudere che il mondo potrebbe tornare ad essere quello di prima, che le nostre vite potrebbero tornare ad essere come prima?

La conta dei danni è ancora all’inizio.

ANDRA’ TUTTO BENE

Frasi, citazioni e aforismi sulla casa - Aforisticamente

Senza radici, senza memoria

Vagando e navigando in internet mi sono imbattuta in questa breve riflessione di Carlo Verdone

“Durante la pandemia mi ha dato fastidio la mortificazione degli anziani, persone che a settant’anni sono ancora in buona salute, vecchie solo all’anagrafe. Mi ha dato fastidio il cinismo verso l’anziano, scarto della società. Enea, lasciando Troia, ha portato sulle spalle il padre Anchise.

I bambini, con la loro purezza, e gli anziani, biblioteche della nostra memoria, sono le parti migliori della società. Ma che vogliamo fare a meno delle Sora Lella? Ogni volta che sui social posto la Sora Lella la gente la ricorda con amore perché ha riso con lei nei miei film, l’avrebbe voluta come nonna, con la sua saggezza, lo sguardo sardonico.

Le persone mature non buttatele via, perché possono servire ancora molto”.

Carlo Verdone

Anziani soli, il picco di richieste di aiuto al numero verde della Croce  Rossa - la Repubblica

Nel passato ogni famiglia aveva il suo anziano a casa, il patriarca, spesso era un nonno, a volte uno zio. Essi erano parte naturale del gruppo famiglia e non vi era niente di strano e anormale. Contribuiva nel suo piccolo e di sicuro era un forte punto di riferimento; era quello che ti raccontava fatti di famiglia che altrimenti avremmo perso per sempre; era quello al quale chiedevi un consiglio, un aiuto morale e del quale tenevi il giudizio.

L’anziano aveva un ruolo molto importante e ben definito.

Negli ultimi trent’anni questo equilibrio si è perso e l’anziano è visto sempre più come un peso, un inutile zavorra, utile finché può servire, poi si rinchiude in una fredda RSA, che potrebbe essere anche una reggia, anche la più bella ed efficiente RSA del mondo, ma è sempre una RSA.

E non solo, lo si va trovare pian piano sempre meno, abbandonandolo letteralmente a se stesso, proprio come lasciamo in un angolo dell’armadio un vestito che non ci entra più o non ci piace più.

Durante una crisi vengono evidenziate queste problematiche di una comunità che nessuno avrebbe affrontato e su cui forse nessuno si sarebbe soffermato.

La crisi sociale determinata dalla pandemia ha messo l’accetto su un “problema” sociale che ci accompagna da oltre un trentennio e forse anche più: la figura dell’anziano, la sua vita, il suo ruolo sociale che spesso sono stati inclusi tra quelli argomenti che stimolano l’aggressività di tanti delusi dalla società perchè privi di un ruolo, un lavoro ecc…

Infatti spesso l’anziano è stato visto come il vecchio che ruba il lavoro e la ricchezza ai giovani, il vecchio che ha un costo per i servizi sanitari, il vecchio che, col suo essere legato alle tradizioni, impedisce il rinnovamento culturale, il progresso sociale, ecc…

Per fortuna c’è anche chi lo lo ha difeso. mettendone in evidenza il suo ruolo fondamentale in una famiglia e nelle comunità: l’anziano che aiuta economicamente la giovane famiglia che non riesce ad inserirsi nel mondo del lavoro, la nonna che contribuisce in modo fondamentale alla cura e crescita dei nipoti, che c’è quando non si trova posto in asili nido o non si ha denaro per una baby sitter a casa, fino ad arrivare ad una alta considerazione dell’anziano senza del quale una nazione, una comunità non avrebbe nè memoria nè radici.

Come può una comunità sopravvivere se è priva di memoria e di radici?

E’ una comunità che non esiste, proprio come quella che non è riuscita a riconoscere un ruolo ai propri anziani, a dare loro una collocazione.

Allora finchè sono autonomi e “servono”, sono “utili”, finchè sono un sostegno economico per una famiglia, finché i bambini sono piccoli e te li accudiscono, essi hanno un ruolo ben riconosciuto. E dopo?

Nel momento in cui hanno bisogno della nostra assistenza, servono soldi per badanti e cure specialistiche, allora sono considerati un peso e spesso, se vivono in casa con noi, quando abbiamo ospiti, li si lascia al chiuso della propria stanza per vergogna.

Mi tornano alla mente dei versi di una brano musicale di Claudio Baglioni di molti anni fa dal titolo “Vecchi”:

“I vecchi sempre tra i piedi
chiusi in cucina se viene qualcuno
i vecchi che non li vuole nessuno
i vecchi da buttare via…”

Questo è il ruolo che oggi noi diamo all’anziano e durante la pandemia si sentiva spesso qualche giovane o persona di mezza età, che proprio giovane non è, dire: “Tanto muoiono solo i vecchi!”

Penso che una società così è una società morta, priva di ogni valore e di ogni futuro, non ha niente da insegnare e niente da imparare perchè ha perso la sua memoria e le sue radici, perchè non esiste più!

E’ vero, la nostra società è una società di anziani perchè la vita si è allungata molto, perchè nascono sempre meno bambini, ma dare la colpa agli anziani significa solo fare di loro un capro espiatorio.

Le colpe sono altrove e molto più in alto!

Non si può considerare una colpa il fatto di essere in buona salute e avanti negli anni; non si può “predicare” il rifiuto per l’anziano e per tutto ciò che lo riguarda, quasi che darvi troppa importanza può portare una società a non innovarsi, a non evolversi e crescere.

Il problema vero non sono gli anziani né i giovani che la pensano così, perchè sono spinti dalla rabbia e dalla delusione; il vero problema è tutto un sistema che non investe sulle persone in tutta la fase della loro vita, dalla nascita all’ultimo respiro.

Questo naturalmente, determina che intere famiglie si ritrovino da soli ad affrontare problemi grandi, legati alla salute e cura di un anziano, ma lo stesso discorso vale per la cura e assistenza di un bambino o di un malato grave.

Tanta gente è lasciata a se stessa e questo suscita nell’individuo sentimenti di rabbia e solitudine, a volte anche di rassegnazione, tanto da rinunciare a combattere per un proprio diritto, come può essere l’aiuto assistenziale per un membro della famiglia bisognoso di cure.

La sanità, purtroppo, è carente da questo punto di vista; la previdenza fa la sua parte, non portando quell’equilibrio che dovrebbe esserci in una società, permettendo alle persone avanti negli anni di lasciare il lavoro per dare anche spazio alle nuove generazioni, che invece rimangono al palo per tanto, troppo tempo.

Per concludere, gli anziani hanno tanto da insegnare; hanno da tramandarci quei valori che ormai sono completamenti persi; quei sentimenti che la tecnologia ci ha rubato e che sembrano morti in noi.

Una società senza gli anziani è una società senza memoria, senza le sue radici.

In Spagna in un divorzio l’animale a chi va?

Il divorzio diventa spesso in una coppia un momento di grande controversia, se non proprio di ripicche e, se tradizionalmente oggetto di controversia sono i figli, spesso in questa disputa ci finiscono anche nostri pet, i nostri compagni di tante giornate, i cani, i gatti o altri animali che entrano a far parte della nostra famiglia.

Una legge spagnola si sofferma su questo problema e cerca di chiarire questo tipo di controversie e concede agli ex compagni di vita una custodia alternativa per i loro animali domestici, ora considerati “esseri viventi dotati di sensibilità”, non più semplicemente degli oggetti.

In caso di divorzio non amichevole, il giudice dovrà considerare “il futuro dell’animale domestico, tenendo conto degli interessi dei membri della famiglia e il benessere dell’animale, la distribuzione dei tempi di custodia e le cure necessarie”, dice la legge spagnola, sostenuta dalla coalizione di governo dei socialisti e Podemos (sinistra radicale), entrata in vigore mercoledì 5 gennaio 2022.

Un gatto, un cane, una tartaruga, un pesce o un uccello domestico potranno così avere una custodia alternativa.

Prima di questa legge, la custodia degli animali domestici in caso di divorzio “era oggetto di controversie nei tribunali”, quindi questa è stata la ragione che ha convinto i legislatori ad intervenire con questa modifica del codice civile spagnolo.

Diversi paesi europei hanno già modificato i loro codici civili per riconoscere la natura viva e senziente degli animali, come è successo in Francia nel 2015, così come in Germania, Svizzera, Austria e Portogallo e da gennaio in Spagna, a partire da gennaio 2022 gli animali da compagnia diventeranno giuridicamente degli “esseri viventi dotati di sensibilità”cambiando la natura giuridica di cani e gatti da semplici oggetti, come erano considerati prima.

Secondo la mia opinione è giusto che sia così e penso che anche altri paesi dovrebbero aprirsi a una tale considerazione degli animali. Certo nel nostro paese questo forse è impensabile; in un paese dove ancora non esistono delle leggi vere a tutela della donna e dei minori, figuratevi se si può pensare ai diritti degli animali o forse, al contrario, ci sarà prima una legge a tutela degli animali e molto più tardi a tutela delle donne e dei minori.

Comunque, non divaghiamo e torniamo a noi. Dicevo che ritengo questa legge molto giusta poichè gli animali hanno una sensibilità ormai scientificamente riconosciuta ed è giusto che essi possano stare con chi, tra i due coniugi, più lo ama e ha attenzioni che lui.

L’unico rischio è che anche gli animali potrebbero finire in quel tunnel di sofferenza che spesso interessa i minori in caso di divorzio, cioè quando il bambino è trattato male dal genitore che lo ha in custodia solo per fare dispetto al coniuge. Per evitare questo è necessario, così come avviene per i minori, che ci ia controllo e, quindi, il giudice dovrebbe incaricare un addetto alla protezione animale affinchè verifichi che l’animale sia trattato come gli spetta e che stia davvero bene con l’uno o con l’altro membro della coppi e, nel caso ciò non sia così, che la legge possa intervenire a suo favore e a favore di chilo tratta con maggior rispetto e amore.

Cosa ne pensate di questa legge? Mi piacerebbe sentire anche le vostre opinioni.

A chi vanno il cane e il gatto in caso di divorzio? - amoreaquattrozampe.it

Lavorare per vivere o vivere per lavorare?

In questo momento mi sto ponendo questa domanda e non so dare una risposta.

Lavorare è importante perché si guadagna quel necessario che serve per vivere e, in alcuni casi, sopravvivere o per sfamare la propria famiglia.

Però penso che questo tipo di lavoro non sempre ti dà soddisfazioni, non ti fa sentire bene, perché significa accontentarsi di un lavoro qualsiasi solo per “mangiare”.

Secondo me lavorare significa avere un ruolo sociale, collaborare alla buona riuscita di un progetto individuale o collettivo, collaborare per l’evoluzione della nostra società e per il bene dell’umanità.

Qualcuno potrebbe dire che, quindi, non si dovrebbe avere uno stipendio perchè ognuno deve fare il suo, ma non è così perchè io dedico il mio tempo alla società, ad un’azienda per realizzare un progetto, ad un ente per collaborare nel miglioramento di qualcosa o qualcuno, di conseguenza mi spetta un compenso.

Ora che ho dato una mia personale definizione al lavoro, vorrei capire se è più importante lavorare per vivere o vivere per lavorare.

Lavori per vivere quando ti accontenti di fare un lavoro qualsiasi e vivi le tue giornate, svolgendo delle attività che non ami, che trovi pesanti e noiose perchè ti sono imposte, ma tutto questo lo sopporti solo per poter avere a fine mese il tanto agognato stipendio che ti permetterà di mangiare, sfamare la tua famiglia e così via.

La maggior parte di noi fa proprio questo: lavora per vivere.

Una piccola quantità dell’umanità lavora per passione, perchè ama svolgere un certo lavoro, a volte anche umile, e non ha importanza che lavoro hai, a volte anche mal retribuito, ma ti interessa perchè la vera soddisfazione è il piacere che ne ricevi nel fare un’attività che ami e questo non ha prezzo.

Poi c’è un’altra questione: vivere per lavorare.

Secondo me “vivere per lavorare” vuol dire che tutta la mia vita ruota intorno al lavoro il quale non è detto che io lo ami o che ti soddisfa.

Vivere per lavorare credo sia la cosa peggiore. La vita non può essere solo lavoro; la vita è fatta di mille sfaccettature che dovremmo saggiare almeno una volta nella nostra breve esperienza sulla terra, invece molti di noi un po’ per senso del dovere, un o’ per pigrizia, trascorrono la loro vita lavorando.

Rimandano e rimandano; rimandano affetti, esperienze, sensazioni e piaceri, rimandano ad un tempo che nessuno ti assicurai che lo avrai, rimandi alla pensione e ti ritrovi ormai anziano, stanco e privo di quella motivazione, energia e forza che ti caratterizzava, soprattutto hai perso quelle occasioni che la vita non ti darà indietro mai più.

Penso a noi mamme e alle recite dei nostri figli che abbiamo perso per andare a lavorare; penso alle loro risate, alle loro scoperte che spesso mamme e papà si perdono perchè hanno da lavorare e, quando finalmente, la meritata pensione ti concede più tempo, i tuoi figli sono ormai adulti, vanno via di casa, chiedono indipendenza e libertà e tu hai perso l’OCCASIONE.

Viviamo finchè il tempo e la vita ce lo concedono. e con questo non voglio dire che no dobbiamo lavorare, ma semplicemente che il lavoro non deve essere il padrone delle nostre vite.

Lavorare meno, lavorare tutti: in quali paesi funziona?

E tu, di che serie sei?

L’umanità non è tutta uguale, c’è quella di serie A e quella di serie B.

Per farvi capire questa mia opinione vi farò degli esempi alquanti banali e ovvi.

Nel campo della cosmesi ci sono prodotti di serie A, quelli che usano i vip, gli attori, personaggi del mondo dello spettacolo e dello sport, e prodotti che usano le persone normali, noi tutti, la massa.

Quei prodotti di serie A hanno un costo molto più alto e una maggiore efficacia e se tu puoi permetterteli non li trovi nè nel supermercato nè nella profumeria all’angolo, a volte neanche su internet, ma sono venduti direttamente dalle aziende che li hanno prodotti appositamente per te, magari anche su tua richiesta.

Lo stesso dicasi per i medicinali: ci sono medicinali che vengono propinati alla massa, spesso sono i generici (che causano allergie e reazioni di vario genere), e medicinali per gli altri, i pochi eletti, medicinali molto più efficaci e risolutivi. Ad esempio, pensate ai malati di Covid; come mai Trump e Berlusconi sono guariti senza avere conseguenze nonostante l’età e i diversi problemi di salute?

Semplicemente stati curati con terapie non alla portata di tutti lo scorso anno e molto costose. Lo stesso è stato per tanti capi di stato che sono stati infettati dal Covid, tanti attori, sportivi, ecc…

Andando oltre, possiamo pensare alle terapie contro il cancro, anche in quel campo ci sono terapie costose ed efficace, spesso non riconosciute ufficialmente e terapie utilizzate sulla massa, spesso poco efficaci, piuttosto peggiorano la malattia, ma vi è un enorme guadagno per aziende farmaceutiche e per tutti quelli che ci guadagnano intorno.

Se il mio discorso è stato chiaro, avrai capito che sei di serie A se appartieni alla classe dirigente, a quelli che decidono dei nostri destini e della nostra vita. Sei di serie B se sei semplicemente un numero tra numeri e non hai libertà di scelta, ma la tua vita dipende da quelli di serie A e dalle loro decisioni, decisioni che spesso servono per renderli ancora più ricchi e forti, ancora più “classe dirigente”.

Sei di serie A se non hai fatto fatica ad avere un lavoro, che è un diritto naturale, e soprattutto un lavoro che ti piace, ti fa guadagnare molto con poca fatica e sei ai vertici. Sei di serie B se hai fatto tanta fatica per ottenere quel lavoro, hai partecipato a concorsi su concorsi e il tuo è un lavoro che ti porta via tanto tempo e fatica con un guadagno decente, che ti permette di vivere degnamente, ma non sei al vertice di niente e nessuno.

Tutta la nostra vita è approntata all’appartenenza ad una certa parte della società e da ciò non si sfugge, purtroppo.

Ah, dimenticavo: esiste anche un’umanità di serie C, è quella che viene usata e sfruttata per il benessere di quelli di serie A e B.

Dopo questa analisi, tu, di quale serie sei?

Serie B, sparisce il Chievo. In Serie C ripescate ben 3 toscane - Viola News

Per te, Rosa, amica e collega

Passano le ore, passano i giorni, i mesi e gli anni e ti illudi di essere eterno, convinto che niente cambierà e chi c’era nella tua vita, continuerà ad esserci.

Sai che i tuoi amici, le tue amiche ci sono; ogni tanto una telefonata, ogni tanto un post su Facebook, un augurio, un like e pensi che ci saranno per sempre, fino a quando…

Fino a quando arriva quel post che non ti aspetti, che credi non arriverà mai, (speri sempre di andartene prima per non soffrire): Ciao, Rosa….

Sei incredula e continui a gridare a te stesso: “Non è possibile! Non è possibile!”

Vai a sbirciare nel suo diario di Facebook, tra i social vari alla ricerca di una conferma di esistenza in vita, una qualsiasi cosa che ti possa conferma: “Rosa, c’è!” E invece la conferma che hai è che Rosa non c’è più, è vento nel vento, luce nella luce, e i tuoi occhi si annebbiano e si inondano e ti viene in mente la sua risata, il suo volto pieno di luce, i capelli che follemente aveva colorato in rosso-tiziano, la musica ascoltata insieme in macchina durante quei nostri lunghi viaggi verso Peschici per andare a lavorare e ancora ricordi, le chiacchierate su figli e mariti, tanti ricordi uno dietro l’altro che tu ora, Rosa, hai portato conte, portando via anche una parte di me.

Da quando tempo non ci sentivamo, convinta che tutto andasse per il meglio, mentre ora il mio profilo di Facebook sempre più si riempie di amici che hanno riempito la mia vita e lasciano pian piano un vuoto incolmabile, fino a farlo diventare “dead facebook”.

Ciao, Rosa, amica e collega di gavetta. Resterai per sempre nel mio cuore e nei miei ricordi, lì, dove tu sarai viva, sorridente, un po’ pazzerella, ma forte e decisa nelle tue convinzioni.

Quanto amore sei stata! Chi se lo dimentica!

Green “Pazz”

Da oltre un anno ormai mi ero ripromessa che non avrei parlato di Pandemia, Corona virus, Vaccini e tutto il resto semplicemente perchè se ne fa veramente un gran parlare, un parlare tale fino alla nausea, tanto che ormai si muore solo di Corona virus, non ci sono altre malattie e altri problemi nella vita.

La gente poi non fa altro che parlare di questo, dei vaccini, se si sono infettati o no, se hanno avuto qualche reazione o no, ecc…, ecc….

Io, sinceramente, non ne posso più, ma se oggi ne sto parlando è solo perchè negli ultimi tempi l’argomento di discussione in ogni attimo della nostra vita è il fatidico “green pass” che sta facendo impazzire la gente tra chi non può averlo per motivi di salute, chi perchè non vuole vaccinarsi per sue personali ragioni o per paura e chi nonostante il vaccino non riesce ad averlo, non lo trova sul proprio profilo sanitario per disguidi di vario genere.

Ma non è di questo che voglio parlare, piuttosto di una dichiarazione del prof. Meluzzi, psichiatra, saggista e anche politico italiano, che mi ha colpito in modo particolare. Secondo lui il green pass evidenzierebbe una disparità sociale perchè i poveri per averlo fanno il vaccino, volenti o nolenti, i ricchi invece ricorrono ai tamponi, che, sappiamo benissimo, hanno un loro costo e, dovendone fare uno ogni 48 ore, hanno il loro peso sull’economia di una famiglia.

A me questa dichiarazione ha fatto riflettere non poco. A voi?

Poi ieri questa foto e allora ho avuto la sensazione che siamo alla frutta, altro che decreto ZAN a tutela di LGBT e contro le discriminazioni di carattere sessuale, qui abbiamo un altro tipo di discriminazione e tutto con la scusa di un’emergenza sanitaria, prolungata ben oltre quello che consente la legge.

Una città tra tante

San Severo, la mia città.

Ridente cittadina adagiata sul Tavoliere delle Puglia, a 80 m. slm, posta tra Appennino e Gargano, l’uno ad ovest, l’altro a nord-est, con i suoi vicoli stretti e assolati, tra chiese antiche, ipogei e alti campanili decorati con maioliche.

Se la esplori trovi le antiche lmeridiane e le tante edicole votive, scopri le sue tradizioni, la sua storia e detti e proverbi.

Quando ero bambina era bella come ora, ma piena di vita, di gente e di iniziative. Passeggiare per le sue strade, centrali o periferiche che fossero, era piacevole e rilassante: incontravi gente di tutte le età e di ogni genere, bambini che giocano e animavano i pomeriggi primaverili, vi era sia gente per bene sia gente meno per bene, che erano la minoranza.

I corsi ampi, lunghi e assolati erano vivi e movimentati tra ragazzi bambini e genitori; la stazione era attraversata da molti treni che provenivano da tutte le parti e tanta gente vi scendeva e tanta altra vi saliva.

La guardo oggi e il mio cuore si riempie di tristezza. Mi ricorda quei paesini del sud dove la gente è andata via, è emigrata per cercare lavoroaltrove con la morte nel cuore: le strade sono vuote e silenziose, molti negozio hanno chiuso e la gente che incontri per strada è soprattutto anziana, pochi i bambini e i ragazzi e il loro vociare non rallegra più le nostre strade.

Tanti sono andati via, troppi, per non essere sotto lo scacco dei politici locali o della delinquenza, per non dover dire “grazie” dopo aver ottenuto un diritto;, la gente che è rimasta è sia ancora per bene e sia meno per bene, ma ora questi sono la maggioranza. Alla stazione, una stazione sempre più desolata e abbandonata, quasi nessuno scende, alcuni ancora salgono, ma vanno via per non tornare più e tagliare quel cordone ombelicale, che ancora li lega, una volta per tutte.

La mia città non è arrivata a questo stadio dall’oggi al domani, è stata una lenta agonia di cui tutti abbiamo avuto consapevolezza, ma nessuno di noi ha fatto niente, tanto da renderla poco vivibile. Ad ognuno di noi va la colpa e certamente la pandemia ha dato una spinta decisiva, ma di sicuro sono mancati degli interventi importanti dall’alto.

Ai posteri l’ardua sentenza.

Anna Leone

Testamento di Mezza età

È strana la vita: passiamo il nostro tempo a lavorare, a tribolare correndo di qua e di là, come se fossimo eterni, rimandiamo, rimandiamo e, quando finalmente facciamo qualcosa per noi stessi o per gli affetti più importanti, il nostro tempo a disposizione è terminato.

Mi dici sempre che devo vivere ogni giorno come se non fosse un domani, come se fosse l’ultimo, non sacrificando le persone a me care, chiedendo scusa o perdono se è il caso, parlando ed esprimendo i miei sentimenti, e invece continuo a fare sempre lo stesso errore: credere di essere eterna.

La vita ci insegna che troppo spesso, da un momento all’altro, siamo privati di tutte le occasioni che inutilmente abbiamo perso, addirittura potremmo non avere neanche il tempo di pentirci di quello che non abbiamo fatto, eppure continuiamo a sbagliare.

Questo insegnamento vorrei lasciare ai miei figli: vivi la vita a pieno ogni giorno, vivi ogni giorno come fosse l’ultimo, non andare a dormire senza aver chiesto scusa o perdono perché potrebbe essere troppo tardi.

Volere è potere

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